Prefazione

PREFAZIONE

Negli anni cinquanta, quando frequentavo le scuole medie a Campobasso, sentivo spesso ripetere dai miei professori che i ragazzi provenienti dai piccoli paesi circostanti il capoluogo di provincia (allora le scuole medie erano presenti solo a Campobasso) avevano difficoltà a scrivere e ad esprimersi correttamente in Italiano perché troppo "permeati di dialetto".
Avvertivo il disagio del diverso, quando parlavo o scrivevo dovevo tradurre, pensavo in dialetto e mi dovevo sforzare per trovare le parole italiane che potessero esprimere quello che sentivo nella lingua che mi avevano trasmesso i miei genitori, i miei compagni, il contesto ambientale in cui ero nato, cresciuto e nel quale trascorrevo la maggior parte del mio tempo.
La scuola elementare, frequentata nel paese, non era riuscita, pur con il lodevole impegno di bravissimi maestri, (ricordo con tanta stima ed affetto il Maestro Nunzio Iavasile), a farmi superare quel gap dell'ideazione in dialetto e della "traduzione simultanea" nella lingua "ufficiale" con la quale bisognava parlare e scrivere.
Con il passare degli anni e con il progredire degli studi, fino alla Laurea, ho avvertito sempre meno il processo mentale della "traduzione" e ho cominciato a percepire la lingua con cui mi esprimevo da bambino e da ragazzo come riferimento culturale in grado di esprimere, con termini e costrutti particolari, significati, pensieri, comportamenti ed oggetti in modo immediato e sintetico, non traducibili, se non con artifici lessicali, in italiano.
L'espandersi dell'istruzione di massa, la permanente convinzione che il dialetto sia ostacolo all'apprendimento rapido e corretto della lingua italiana, la rapida diffusione dei mezzi d'informazione di massa, la radio e la televisione, hanno via via sradicato, nelle giovani generazioni, la naturale inclinazione ad esprimersi in dialetto.
A Campolieto la stragrande maggioranza degli attuali abitanti non parla abitualmente il dialetto anche se ancora ne comprende la maggior parte dei termini.
I giovani al di sotto dei trent'anni trovano difficoltà a pronunciare correttamente i termini dialettali più autentici. I ragazzi al di sotto dei quindici anni non solo, non sono in grado di pronunciare nessuna parola in dialetto ma non sono in grado di comprenderne il significato.
Di fronte all'evidenza di vedere scomparire definitivamente l'idioma che, nel corso di alcuni secoli, ha rappresentato il collante culturale e la peculiare identità della comunità da cui ho tratto origine e di cui sento ancora forte l'influsso intellettuale e comportamentale, ho avvertito l'esigenza e la responsabilità di compilare questo vocabolario del dialetto di Campolieto.
Il mio modesto tentativo di salvare il dialetto di Campolieto va considerato come un altrettanto modesto contributo ad un'operazione di valore storico tesa a tramandare alle generazioni future i connotati dominanti della civiltà prevalentemente contadina di cui il modo di esprimersi rappresenta un aspetto rilevante.
Le difficoltà che ho incontrato sono state molte e di diversa natura.
Il reperimento dei termini legati ai lavori, ai mestieri, alle abitudini che nel corso degli ultimi decenni sono scomparsi a seguito dell'evoluzione sociale e tecnologica, è stato particolarmente difficoltoso. Il contributo delle ormai poche persone anziane, in grado di collaborare in modo proficuo, mi ha comunque aiutato a riesumare non solo, probabilmente quasi tutti, i vecchi termini ma anche i proverbi, le frasi e i modi di dire ad essi collegati.
Questo mi ha consentito di andare al di là della semplice elencazione e traduzione delle singole parole. Infatti in molti casi riporto aneddoti, luoghi, contesti e personaggi che meglio esprimono i connotati della civiltà e del costume della comunità.
Purtroppo il dialetto di Campolieto esiste solo nella forma orale.
Qualche rarissimo tentativo di scrittura dialettale è reperibile nel libro "Campolieto e le sue Chiese" di Don Elia Testa nel quale si trova la trascrizione della "Maie^-t-ne(a)-t" e nel libro "Campolieto in Contado di Molise" di Michele Petrucci nel quale sono trascritti numerosi proverbi, espressioni dialettali, soprannomi e la mascherata, filastrocca dedicata ai mesi dell'anno.
Questi riferimenti, pur nel loro apprezzabile valore documentale, non hanno rappresentato una valido supporto per la trascrizione comprensibile, soprattutto da parte dei non Campoletani, dei numerosi e complessi fonemi caratterizzati da suoni ed intonazioni unici, spesso non facilmente riscontrabili nei dialetti molisani.
Non volendo ricorrere all'alfabeto fonetico internazionale, sia per una difficoltà di approccio personale, sia per la difficile "gestibilità" dei futuri potenziali lettori ma anche per la constatazione della non facile traduzione di molti fonemi nella simbologia dello stesso, mi sono trovato di fronte alla necessità di utilizzare simboli convenzionali riportati in un'apposita legenda.
Ho potuto verificare che, persone estranee sia al dialetto che a Campolieto, sono in grado di leggere la quasi totalità dei termini contenuti nel dizionario e darne anche una accettabile resa fonetica e di intonazione.
La speranza che questo modesto lavoro, frutto di una ricerca non agevole, durata circa vent'anni, possa contribuire a salvare il patrimonio culturale di Campolieto, mi gratifica e mi rende orgoglioso.
Italo Lombardi

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